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Calenda, il centro-sinistra e l’Europa

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Carlo Calenda ha lanciato un sito “Siamo europei” – il cui titolo ha una notevole assonanza anche con quello di questo Blog – che mostra consapevolezza del significato storico dell’integrazione europea e contiene molti buoni e condivisibili propositi riguardo alle politiche europee. Il fulcro della proposta è un "Manifesto per la costituzione di una lista unica delle forze politiche e civiche europeiste alle elezioni europee". La proposta ha raccolto subito diversi consensi, soprattutto tra esponenti del PD, di LEU e della società civile. L’idea ha un suo fascino e un suo senso, in un Paese che rischia grosso con il governo giallo-nero non solo sul pur rilevante piano economico – dove i danni si cominciano già a vedere e i dati annunciano la recessione – ma anche sul piano dello stato di diritto, delle libertà fondamentali, della democrazia. Il Manifesto però solleva anche una serie di interrogativi, che meritano una discussione approfondita.

Il primo interrogativo riguarda la collocazione europea di questa lista. Anche se il provincialismo italiano fa sì che qualsiasi elezione – anche amministrativa o europea – sia interpretata in chiave nazionale, in realtà le elezioni europee non riguardano l’Italia. Sono importanti proprio perché determinano gli equilibri politici nel Parlamento europeo, che ha un potere legislativo reale molto maggiore del Parlamento italiano, anche se molti non se ne rendono conto. Da un punto quantitativo la maggior parte della legislazione vigente è di origine europea, e il Parlamento è il co-legislatore insieme al Consiglio (in cui siedono i governi nazionali). Da quello qualitativo perché nell’UE la Commissione non può chiedere un voto di fiducia su un singolo atto legislativo. Quindi il potere legislativo del Parlamento europeo non può essere compresso da maxi-emendamenti e fiducia, come accade nel Parlamento italiano su tutte le leggi principali – ultimo esempio la manovra di bilancio che il Parlamento ha dovuto approvare con la fiducia senza avere nemmeno il tempo di leggerla! Inoltre, dalla maggioranza che si formerà in Parlamento dipenderà la scelta del Presidente della Commissione. E il Parlamento gioca un ruolo importante anche nella scelta e attribuzione dei portafogli dei Commissari, che prima della nomina vengono sottoposti a ficcanti audizioni dal Parlamento (in gergo si dice che vengono “grigliati” dal Parlamento), che può chiedere di cambiarne le deleghe o di escluderli del tutto – come accaduto anni fa a Rocco Buttiglione ad esempio – prima che l’intera Commissione sia sottoposta al voto di fiducia del Parlamento. È un potere di controllo preventivo rilevantissimo, che ad esempio il Parlamento italiano non ha – altrimenti alcune curiose attribuzioni ministeriali in molti governi ci sarebbero forse state risparmiate. I gruppi politici che fanno capo ai grandi partiti europei - tranne per ora i liberali e l’estrema destra di Salvini e Le Pen - hanno inoltre già individuato i loro candidati alla Presidenza della Commissione (i cosiddetti Spitzenkandidat). Quale candidato dovrebbe appoggiare questa lista europeista? E per andare in quale gruppo politico nel Parlamento europeo? Perché una lista unica i cui eletti poi si dividano e sparpaglino tra diversi gruppi politici europei sarebbe contraddittoria.

Il secondo quesito riguarda i rapporti con le altre forze politiche che si considerano europeiste. A pochi giorni dal lancio del Manifesto Calenda ha specificato che la sua proposta non è rivolta a LeU e Forza Italia, ma solo al PD, +Europa e al movimento di Pizzarotti. Se è vero che in passato in LeU hanno convissuto posizioni europeiste, come quelle di Boldrini e Rossi, con quelle nazionaliste di Fassina, ormai quest'ultimo è uscito per fondare "Patria e Costituzione", proprio in disaccordo con la linea europeista del partito. Non è affatto chiaro se +Europa, che si caratterizza anch'essa sul versante europeista, intenda aderire alla lista proposta da Calenda. E lo stesso discorso in parte vale per il nuovo movimento politico transnazionale Volt, e a sinistra per Diem25. Insomma non è chiaro da cosa deriverebbe il carattere "unitario" della lista.

Inoltre, resta la questione dei rapporti con Forza Italia, che si considera europeista e fa parte del Partito Popolare Europeo, che nelle ultime legislature ha avuto un ruolo centrale e dominante. Il PPE è ormai una forza ambigua, che ha avuto un ruolo di freno nella scorsa legislatura rispetto ad alcune delle riforme proposte. E che, per mere ragioni di potere, continua a tenere nelle sue file il partito di Orban, Fidesz, che ha posizioni nazionaliste, razziste, più affini a quelle dell’estrema destra di Salvini e Le Pen che alla tradizione popolare. Ma è alquanto improbabile, se non impossibile, costituire in Parlamento una maggioranza europeista senza il PPE o senza una spaccatura del PPE. Occorre dunque essere consapevoli che una maggioranza parlamentare europeista, cui la lista unitaria dovrebbe contribuire, dovrà includere anche il PPE o parte di esso, probabilmente inclusa Forza Italia.

La terza questione riguarda gli impegni verso gli elettori. Il Manifesto offre una serie di interessanti e utili proposte programmatiche, che per essere realizzate richiedono un rafforzamento dell’Unione, ovvero una riforma dei Trattati. Ma invece di impegnarsi a presentare una proposta organica di riforma – un potere di iniziativa costituzionale che il Parlamento europeo ha ottenuto con il Trattato di Lisbona – il Manifesto chiede la formazione di un gruppo di Stati, ovvero di governi nazionali, che prendano una iniziativa i cui contorni e contenuti non sono chiari. Se si considera per di più che in Italia c’è il governo giallo-nero, affidare ai governi nazionali il compito di rilanciare l’integrazione significa abdicare alla propria responsabilità politica dentro al Parlamento Europeo, e pre-costituirsi una giustificazione nel caso non si riuscisse a riformare l’Unione (è colpa dei governi, ed in particolare di quello italiano). Inoltre, mostra scarsa consapevolezza del fatto che all’indomani delle elezioni europee la prima battaglia politica sarà tra il Parlamento e i Capi di Stato e di governo nazionali (riuniti nel Consiglio europeo) sulla nomina del Presidente della Commissione. È decisivo per il futuro della democrazia europea che il Parlamento conservi il potere ottenuto nel 2014 di scegliere il Presidente della Commissione. Ciò non significa necessariamente che debba essere uno degli Spitzenkandidaten, ma che sia una figura individuata con un accordo tra i Gruppi politici europeisti nel Parlamento europeo, perché in grado di impersonare un progetto di riforma dell’UE in cui si riconoscono, e in nome del quale sono pronti a eleggerlo alla presidenza della Commissione. Più che affidarsi ai governi nazionali bisogna prepararsi ad agire dentro al Parlamento europeo per rafforzare l’Unione e la democrazia europea.

Enrico Letta ha messo in guardia dal rischio che una lista unitaria europeista fornisca ai nazionalisti il “nemico” di cui hanno bisogno per la campagna elettorale, dal momento che non hanno uno straccio di proposta costruttiva su come riformare l’Unione o affrontare i grandi problemi sul tappeto. Alla luce del fatto che a livello europeo la sinistra, i verdi, i socialisti e democratici, i liberal-democratici, e i popolari non hanno alcuna intenzione di fare una lista unica, l’unica strada europea perseguibile per far vincere una linea europeista è che tutte queste forze si impegnino su alcuni punti qualificanti e condivisi per la riforma dell’Unione, che sono indispensabili per realizzare qualsiasi politica pubblica europea su determinate questioni – indipendentemente dal fatto che tali forze politiche abbiano idee e preferenze diverse rispetto a tali politiche. Questi punti dovrebbero essere: il superamento dell’unanimità e il passaggio al voto a maggioranza qualificata nel Consiglio in tutto il sistema decisionale dell’Unione, che è l’unico modo per evitare la paralisi dovuta ad un solo veto nazionale, la cui possibilità non spinge ai compromessi che pure sarebbero possibili, e che di solito vengono raggiunti, quando si può votare a maggioranza qualificata; la creazione di una capacità fiscale e di prestito dell’Unione o dell’eurozona - restituendo all’UE un potere che la prima Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio aveva, e che non venne dato alla Comunità Economica Europea, da cui l’UE infine deriva – per rilanciare gli investimenti rafforzando il Fondo Europeo per gli Investimenti Strategici (che comunque ha mobilitato circa il 2% del Pil europeo in circa 4 anni), e rafforzare le politiche pubbliche europee e la loro dimensione sociale; il perseguimento di un ruolo attivo dell’Unione sul piano globale attraverso una rappresentanza esterna unica dell’eurozona e l’integrazione sul piano politico, militare e della sicurezza (che implica l’abolizione dell’unanimità su queste materie), inclusa una procura europea anti-terrorismo, un’intelligence europea, un’agenzia europea per la cyber-security, una politica europea delle migrazioni (controllo delle frontiere, gestione di canali legali di ingresso, e politiche di integrazione sulla base delle migliori pratiche europee).

È importante fare chiarezza su queste questioni cruciali, per evitare che il Manifesto rischi di essere percepito come un’iniziativa rivolta solo al contesto nazionale, specchio di uno dei tanti paradossi del centro-sinistra italiano. Infatti da un lato l’europeismo è uno dei pochi tratti unificanti dell’area progressista, con l’eccezione dell’estrema sinistra che ha riscoperto il nazionalismo anti-UE e anti-euro, assumendo tipici tratti rosso-bruni e facendo di fatto il gioco dell’estrema destra. Dall’altro lato però, solo poche personalità si sono sempre impegnate fortemente sui temi europei – tra cui Napolitano, Prodi, Fassino, Letta, Boldrini, Mogherini e Gozi (nessuno dei quali peraltro figura tra i primi firmatari del Manifesto) – mentre il grosso della classe dirigente rimane chiusa nel quadro nazionale. Solo l’approfondimento dei contenuti e degli impegni può mostrare che l’iniziativa ha un valore politico strategico per l’area progressista, e non miri solo a sfruttare “tatticamente” il fatto che l’europeismo è rimasto il principale collante del centro-sinistra.

Il rischio di questo tipo di percezione è legato anche alla figura di Calenda. Oggi portatore di un messaggio europeista, ma nel suo ultimo libro fautore della centralità dello Stato nazionale e dell’impossibilità di realizzare la federazione europea, se non in tempi biblici; dopo esser stato a Bruxelles come rappresentante permanente con uno spirito che vedeva l’UE come antagonista. A giugno 2018 sul Foglio proponeva un’alleanza repubblicana solo italiana, con lo slogan “L’Italia è più forte di chi la vuole debole”, che con l’aggiunta dell’Europa è ora diventato il sottotitolo del nuovo manifesto. Esiste il rischio per lui di essere percepito un po’ come Renzi, che da un lato portava Merkel e Hollande a Ventotene e dall’altro toglieva le bandiere europee dallo sfondo del suo “Matteo risponde”, considerando l’europeismo solo uno strumento “tattico” da abbracciare all’occorrenza, ma senza una valenza strategica. Non basta rispondere a qualunque domanda sull’Europa con il mantra degli “Stati Uniti d’Europa”, assolutamente condivisibile, se non si chiarisce come perseguire quell’obbiettivo, con quali riforme, con quali alleanze e in che tempi.

Proprio perché il Manifesto “Siamo europei” è ricco di proposte utili, è importante approfondirne i contenuti, e chiarire come e con chi si vuole perseguirli nel quadro europeo.

@RobertoCastaldi

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