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Per salvare il Pianeta serve una Comunità Ambientale Mondiale

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Salvare il Pianeta è una sfida esistenziale per l’umanità. Le grandi manifestazioni dei giovani contro il surriscaldamento globale mostrano che cresce la consapevolezza del problema. Riprendendo la riflessione di Kant sulla rivoluzione francese potremmo considerarlo un segno prognostico della possibilità per l’umanità di progredire, nel nostro caso di salvarsi.

Quello che ancora manca è la consapevolezza della sfida istituzionale da affrontare per riuscire davvero a cambiare le cose. Mentre vi è una vastissima letteratura e un ampio dibattito pubblico sugli aspetti scientifici e anche economici del problema, quelli istituzionali sono sostanzialmente trascurati ed ignorati, ma sono in realtà quelli decisivi.

Per affrontare un problema globale servono istituzioni – nel senso di regole, politiche, comportamenti umani – che coinvolgano tutto il mondo o gran parte di esso, sebbene magari in modo differenziato: non si può chiedere a chi ha 1 di ridurre consumi ed emissioni nella stessa misura di chi ha 200. Ma per avere azioni collettive a livello globale è necessario avere meccanismi decisionali vincolanti e strumenti di implementazione e di monitoraggio della stessa. Da Rio, a Kyoto, a Parigi a Katowice le conferenze intergovernative non hanno mai prodotto piani d’azione adeguati, che peraltro spesso non sono stati ratificati da alcuni degli Stati che inquinano di più, e poi non sono stati pienamente implementati nemmeno dagli Stati che li avevano ratificati. La ragione è semplice: se le istituzioni pubbliche sono nazionali e la democrazia è nazionale, chi è al governo ha un interesse personale – per essere rieletto – a fare il bene (economico) del suo Stato, non a fare il bene ecologico dell’umanità. Tanto più che le aree attualmente colpite maggiormente dal riscaldamento globale (i poli, l’Africa sub-sahariana, ecc.) non sono quelle che inquinano di più.

Sperare che i singoli individui, e ancora di più le singole collettività particolari, facciano scelte etiche coerenti con l’interesse dell’umanità e contrarie al loro interesse specifico significa ignorare tutta la storia dell’umanità. Abbiamo creato le istituzioni – inclusa la polizia e i giudici – per poter raggiungere degli standard minimi di comportamento “civile”, che tenga conto della nostra interdipendenza con gli altri, come ci ricorda la riflessione di Norbert Elias.

Questo problema si manifesta ogni giorno nell’Unione Europea. L’UE funziona dove il problema è temperato dall’esistenza di istituzioni sovranazionali chiamate a fare l’interesse generale (come il Parlamento, la Commissione, la BCE), e dal meccanismo del voto a maggioranza qualificata tra i governi nazionali. E non funziona laddove vige l’unanimità tra gli Stati membri: ultimi esempi la bocciatura da parte dei governi nazionali delle proposte della Commissione di una tassa sui profitti dei grandi colossi digitali o della riforma di Dublino sui migranti, pure già approvata dal Parlamento.

La sfida ambientale – come quella del rischio di una guerra nucleare – ci ricorda che l’umanità è interdipendente, è una comunità di destino. Per affrontare collettivamente i problemi comuni abbiamo bisogno di istituzioni sovrane chiamate a fare l’interesse generale dell’umanità. Semplici organizzazioni internazionali deboli, inefficaci e non democratiche, come l’ONU attuale, non sono in grado di affrontare il problema. In sostanza ci serve una qualche forma di governo mondiale democratico, con poteri limitati ma reali su una competenza specifica: la salvezza del Pianeta e le misure necessarie a garantirla.

Il processo di unificazione europea ci offre un esempio ed un modello, territorialmente limitato ma comunque utile, per capire ciò di cui abbiamo bisogno. Qualcosa tipo una Comunità Ambientale Mondiale, sul modello della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio, che a differenza della Comunità Economica Europea e dell’attuale UE oltre a poteri legislativi aveva anche poteri fiscali e non aveva l’obbligo del pareggio di bilancio, cioè poteva fare debito. Una simile Comunità Ambientale Mondiale avrebbe la possibilità di fissare regole vincolanti in materia di emissioni, di finanziare il proprio bilancio attraverso una Carbon Tax, e sarebbe in grado di realizzare a livello mondiale qualcosa tipo il Fondo Europeo per gli Investimenti Strategici (il cosiddetto Piano Juncker) finalizzato alla transizione ecologica.

Se una simile Comunità Ambientale Mondiale venisse inizialmente creata solo da alcuni Paesi – ma rimanendo aperta ad ulteriori adesioni, come avvenuto per la CECA – potrebbe già avere un impatto decisivo, se la sua stazza economica la metterà in grado di poter di fatto imporre i suoi standard ambientali, anche attraverso forme di ritorsione economica-ambientale, come l’imposizione di dazi e tariffe alle merci provenienti da Paesi che non hanno adottato la carbon tax o gli standard ambientali fissati dalla Comunità Ambientale Mondiale. L’UE ha ormai una leadership mondiale sul contrasto al riscaldamento globale e potrebbe essere il soggetto in grado di lanciare la proposta di una Comunità Ambientale Mondiale. Ovviamente ciò implicherebbe una politica estera europea unica, almeno in questo campo, cioè affidata alla Commissione e con l’applicazione del voto a maggioranza qualificata, così come accade in materia di politica commerciale, dove infatti l’UE è la prima potenza commerciale del mondo, ed in grado di negoziare accordi da una posizione di forza con tutte le aree del mondo.

Come fu per la CECA e poi l’UE, e a differenza dell’ONU, una simile Comunità per poter essere efficace dovrà fondarsi su una effettiva condivisione di sovranità. Ciò implica che, come l’UE, ponga l’esistenza di un regime democratico come condizione per l’adesione. Non si può infatti accettare di condividere la propria sovranità se non in un contesto democratico e con Stati democratici. D’altronde quelli autoritari sono solitamente indisponibili a rinunciare alla propria sovranità assoluta. Se l’UE fosse tra i promotori, e insieme ad essa qualche grande democrazia dell’emisfero sud del Mondo – difficilmente gli Stati Uniti potrebbero aderire sotto la Presidenza Trump – la Comunità avrebbe una forza economica sufficiente per avere un impatto rilevante, fungere da magnete per allargarsi progressivamente (dai Sei Paesi fondatori l’UE ha oggi 28 membri, in attesa della Brexit) e affermare degli standard ambientali che possano imporsi sul piano mondiale.

Tutte le grandi lotte politiche e sociali per l’affermazione di diritti si sono affermate storicamente attraverso la creazione di nuovi strumenti istituzionali: la separazione dei poteri, il suffragio universale, lo stato sociale, ecc. Perché l’insieme dei comportamenti individuali non cambia spontaneamente senza un sostegno e un incentivo che non può che venire dalle istituzioni pubbliche. La globalizzazione ci ha mostrato che abbiamo raggiunto un grado di interdipendenza tale che solo gli Stati di dimensione continentale contano qualcosa sul piano globale, ma la competizione tra loro non favorisce scelte cooperative, nemmeno sul piano ambientale. La creazione di una nuova organizzazione sovranazionale a livello mondiale incaricata di salvare il Pianeta è indispensabile se si vuole davvero avviare delle politiche collettive in grado di modificare profondamente i comportamenti umani che hanno portato al rischio dell’auto-distruzione ambientale – oltre a quella bellica – della vita sulla Terra.

@RobertoCastaldi

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