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Posted by on in AwarEU BLOG

Se qualcuno ha ancora bisogno di convincersi che l’integrazione europea procede per contraddizioni crescenti, è caldamente invitato a leggere il comunicato congiunto che Macron e Merkel hanno rilasciato all’indomani dell’incontro di Meseberg, intitolato Renewing Europe’s promises of security and prosperity.

La dichiarazione è piena di punti stimolanti ed importanti, ma anche piena di contraddizioni che non sono più ammissibili di fronte alle sfide interne e globali che ha davanti a sé l’Europa. Soprattutto, suggerisce una maggiore integrazione in tutti i campi rilevanti di competenza delle istituzioni sovranazionali… peccato che non affidi la governance di questa maggiore integrazione ad alcuna delle istituzioni sovranazionali europee… ma ai governi nazionali. A loro è affidato il ruolo di essere i veri protagonisti del cambiamento. Eppure dovrebbe essere ormai chiaro che costruire l’Europa di domani senza un ampio consenso da parte dei cittadini europei è esattamente quello che è stato fatto, con pessimi risultati, nei decenni passati. E che non è più possibile continuare a fare oggi.

Impegnarsi per una comune “cultura di strategia di politica estera” non significa agire con una direzione unica, ma sviluppare appunto un processo culturale di sensibilizzazione… che può richiedere anni. Promuovere una “difesa maggiormente integrata sia in campo civile che militare”… bene, ma come, con che tempi, con quali strumenti?

Ottimo il completamento dell’unione economica e monetaria, così come l’armonizzazione fiscale tra Francia e Germania (e gli altri?). Ma l’ossessione sui debiti pubblici nazionali sta diventando ridicola. Una cosa è chiedere giustamente che ognuno si faccia carico del proprio debito pregresso. Altra cosa è imporre delle regole che impediscono politiche reflative anticongiunturali. Così come ha senso chiarire che devono essere imposte clausole più stringenti per la eventuale ristrutturazione dei debiti pubblici, ma allo stesso tempo occorre preparare gli strumenti per una crescita collettiva europea, altrimenti non si capisce come i paesi più indebitati (e con i conti bloccati) possa riprendersi. A meno di non avere ancora in testa il mito dell’austerità espansiva…

Certo, si parla di un bilancio ad-hoc per l’Eurozona. Ma solo dal 2021! Senza indicare per far cosa (a parte i soliti richiami alla “concorrenzialità, alla convergenza ed alla stabilizzazione”), e con quali risorse (le indicazioni contenute nel documento sono al solito troppo generiche)… ma ci si prende la briga di precisare e sottolineare che la governance che caratterizza l’attuale struttura di guida dell’eurozona e di parte dei suoi strumenti (ESM) non deve cambiare: ossia deve rimanere intergovernativa. Proposte più concrete, attese proprio per questo giugno… sono rimandate ulteriormente a dicembre…

Non voglio commentare oltre. Invito i lettori a leggersi in totale e completa autonomia il testo della dichiarazione facilmente reperibile su internet.

Insomma, come al solito, rispetto all’urgenza di avere delle risposte, i cittadini europei sentono proclami. Belli, per carità. Ma vuoti, o quasi. Pieni di contradizioni, di visioni contrastanti; tanto che più che una dichiarazione di compromesso, sembra un’accozzaglia di visioni diverse, persino opposte. In quest’epoca di propagande sovraniste nazionaliste, dovremmo esserne magari contenti.

Eppure la sensazione è che finché queste saranno le risposte dell’Europa, senza uno straccio concreto ed immediato di reazione collettiva, senza mettere in discussione la mediazione dei governi nelle scelte per i cittadini europei, senza farsi davvero carico della condivisione della sovranità in aree strategiche, cinquecento milioni di europei siano sempre più smarriti… e gli altri grandi attori mondiali sempre più divertiti da quello che ogni volta appare per quello che forse davvero è: solo “teatro”.

Posted by Fabio Masini

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La fiducia reciproca è una merce sempre più scarsa e preziosa in politica. Questo vale nell’Unione Europea, ma anche nella compagine di governo. Finora Salvini ha dettato la linea al governo italiano e ha scelto le persone nei posti chiave per la politica europea. Il nuovo sottosegretario agli affari europei sostiene l’incompatibilità tra i Trattati Europei e la Costituzione (contro la Corte Costituzionale evidentemente), e ha proposto in passato una similitudine tra l’UE e il disegno di egemonia europea della Germania nazista. Solo che l’UE è il più avanzato laboratorio della democrazia sovra-nazionale e del rispetto dei diritti umani, mentre il nazismo era un regime totalitario responsabile della Shoa.

Il M5S ha pagato la subalternità alla Lega nelle elezioni amministrative. Il suo percorso verso l’europeismo – con la richiesta di più poteri al Parlamento Europeo e del superamento dell’unanimità – sembra un ricordo. Ma con l’uscita del Regno Unito dall’UE dovrà presto decidere una linea e delle alleanze per poter creare un Gruppo al Parlamento europeo dopo le prossime elezioni europee del 2019, perché lo UKIP di Farage non sarà più nel Parlamento.

Lo scandalo romano che coinvolge persone vicine ai vertici delle forze politiche al governo può spingere ulteriormente allo scaricabarile. E ad annunci sempre più mirabolanti, in grado di spostare altrove l’attenzione dell’opinione pubblica. Le tensioni di queste settimane sul tema dei migranti hanno mostrato quanto sia bravo Salvini in questo. Conte a Parigi dopo l’incontro con Macron ha annunciato una proposta italiana per la riforma dell’accordo di Dublino sui migranti, senza però fornire indicazioni sui contenuti, ma sostenendo l’azione del suo ministro degli interni. Con Salvini, ma senza sapere verso quale meta.

Tutto questo polverone mediatico fa perdere di vista la questione degli interessi e della strategia di medio periodo dei maggiori attori in campo europeo. L’incontro tra Conte e Macron a Parigi, e quello con la Merkel a Berlino lunedì – dopo l’esperienza al G7 - dovrebbero aiutare ad avviare la riflessione su questo nel governo. È urgente riconoscere che nel mondo globale contano solo gli Stati di dimensione continentale, come USA, Cina, Russia, India. Sul piano politico-militare ed economico nessuno Stato europeo può essere un attore mondiale. L’unità è l’unico modo per difendere i nostri interessi e valori. Le sfide che abbiamo di fronte sono principalmente tre: la sicurezza, l’economia, le migrazioni. Gli USA possono forse considerarsi talmente indispensabili per gli altri da potersi illudere di poter fare una politica nazionalista “America first” senza che questo acceleri il loro declino e isolamento. L’Italia certamente no. E non è dal riavvicinamento alla Russia che possiamo trarre beneficio.

Per ragioni geografiche, geopolitiche ed economiche, l’Italia è particolarmente vulnerabile rispetto alle crisi internazionali, ai flussi migratori e alle tensioni sui mercati. Il governo italiano ha un’occasione formidabile, se sapesse coglierla. L’Europa sperava che dopo le elezioni francesi e tedesche si aprisse una finestra di opportunità per una grande riforma. Il fatto che ci siano voluti 6 mesi per arrivare ad un governo in Germania e le elezioni italiane hanno rimandato questa possibilità. Tutti dicono di voler riformare l’Unione, ma per ora non si trova un accordo significativo in tal senso. Se avesse delle chiare priorità e una coerente linea europeista l’Italia potrebbe giocare un ruolo fondamentale, sfruttando un elemento oggettivo, menzionato da Conte nel suo discorso di insediamento: in questa fase l’interesse italiano coincide con l’interesse europeo.

Merkel ha ripetuto più volte che l’Europa deve prendere in mano il suo destino, anche sul piano della sicurezza, perché non ci si può più affidare ciecamente agli USA di Trump. Ma sulla politica estera e di difesa per agire bisogna europeizzare la force de frappe e il seggio di sicurezza permanente all’ONU della Francia. Sull’economia Italia e Francia chiedono più solidarietà, ma chi deve accettare di investire più risorse e condividere più rischi è la Germania. Sui migranti l’Italia ha bisogno che l’UE si faccia carico del problema. La Germania finora l’ha appoggiata, mentre la Francia si è nascosta dietro la resistenza dei Paesi di Visegrad – teorici di alleati di Salvini - che vorrebbero lasciare tutti i migranti in Italia.

Da questa impasse si può uscire solo con una grande riforma dell’Unione. Un accordo quadro in cui ciascuno ottiene l’essenziale nel campo fondamentale, e cede qualcosa nei settori cruciali per gli altri. Si tratta di condividere la sovranità su economia, difesa, e migranti. Ma affinché ci stiano anche gli altri Paesi dev’essere un’Europa democratica, non un direttorio dei grandi Paesi. Ovvero le competenze e i poteri in materia devono essere affidate alle istituzioni sovranazionali – Parlamento e Commissione – chiamate a fare l’interesse generale. Riprendere la proposta di superare l’unanimità e rafforzare i poteri del Parlamento potrebbe essere di grande utilità in questo quadro.

Che vi sia una proposta italiana per la riforma dell’accordo di Dublino sui migranti ha senso. Ma dovrebbe essere concordata con gli altri Stati più esposti, come la Grecia. E per avere chances di successo dovrà essere accompagnata da un impegno serio al rispetto delle regole europee – con comportamenti e scelte coerenti anche sui conti pubblici – e al rilancio complessivo della riforma dell’UE.

In pratica se vuole giocare un ruolo tra Parigi e Berlino, Conte deve riuscire anche a far sì che la linea del governo non sia quella di Salvini e Le Pen. È una partita difficile, sempre tra due fuochi, sia a livello domestico che a livello europeo. Ma se prenderà una linea europeista Conte potrebbe vincere e rafforzarsi su entrambi i piani.

@RobertoCastaldi

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Posted by on in AwarEU BLOG

La crisis sistémica italiana erosiona la confianza en el país transalpino y provoca temor. El problema de la UE es la desconfianza entre los gobiernos nacionales, así como entre la élite política y las opiniones públicas de los Estados miembros, agudizada por una propaganda falsa sobre Europa. En esto hay que ser claros: sobre los temas principales se decide por unanimidad, así que es falso el «nos lo pide Europa» con el que los gobiernos nacionales descargan sobre la UE el peso de decisiones impopulares. Lo que pide Europa ha sido aprobado por los gobiernos nacionales. Es incluso discutible que exista «la hegemonía alemana»: cuando se decide por mayoría el país que más a menudo queda en minoría es precisamente Alemania, por ejemplo en el Banco Central Europeo. Si acaso cuando se vota por unanimidad y un solo país puede bloquearlo todo, Alemania con frecuencia frena: es más un conductor del veto que un líder. Superar la unanimidad es por tanto crucial para relanzar Europa.

Luego se le pide a la UE que dé respuesta a desafíos en los que las políticas nacionales son ineficaces, pero para los que no tiene poderes adecuados. Eso ha creado excesivas expectativas que demuestran, sin embargo, la sed de Europa de los ciudadanos, en temas como el crecimiento o la inmigración. La UE tiene un presupuesto del 0,9% del PIB; sus Estados miembros, del 45-55%: en ausencia de recursos las respuestas europeas serán siempre insuficientes. Con ese falso relato los partidos supuestamente europeístas han abierto el camino a los partidos nacionalistas y antieuropeos.

La unión monetaria no puede funcionar bien sin la unión económica y política, pero Francia en Maastricht en 1992 se opuso con el fin de mantener su soberanía económica y fiscal, limitada solo por unos pocos parámetros para evitar comportamientos irresponsables que hiciesen saltar el euro: lo que se teme con un gobierno entre el Movimiento 5 Estrellas y la Liga en Italia.

Según el Informe McDougall de la Comisión europea, una unión económico-monetaria requiere un presupuesto del 5-7% del PIB para garantizar la convergencia y hacer frente a choques asimétricos. Después de la crisis de la deuda soberana, con la hoja de ruta (Blueprint) de la Comisión de 2011, con el informe de los cuatro presidentes de 2012 y con el de los cinco presidentes de 2015, las instituciones pidieron que se completase la unión monetaria con la bancaria, con la fiscal, con la económica y con la política. Desde el 2008 hasta el 2018 se han perdido diez años, dos legislaturas europeas. Las reformas realizadas se basan en la desconfianza, más dirigidas a un control recíproco –sobre las cuentas públicas con el Semestre Europeo, sobre los bancos con los mecanismos de supervisión y de resolución europeos–, en lugar de a la creación de un presupuesto y de instrumentos de acción comunes, como un presupuesto y unas arcas públicas federales basadas en una capacidad fiscal y de préstamo y un fondo europeo de garantía de depósitos bancarios. El Mecanismo Europeo de Estabilidad se gestiona como una sociedad de accionistas, da a Francia y a Alemania un poder de veto y una disponibilidad potencial del 5% del PIB: bastante para salvar un Estado pequeño, pero no uno grande.

La desconfianza que ha hecho imposible reformar la UE y la eurozona se la debemos en parte a Italia. Entramos en el euro con una deuda del 120% del PIB, como Bélgica. Con una reducción de los intereses favorecida por el euro, manteniendo impuestos y gastos sin cambios, sin austeridad u otros sacrificios, la deuda habría disminuido casi al 4% por año. Cuando estalló la crisis del 2008 la deuda belga había descendido al 87%; la italiana no, porque los gobiernos de centroderecha no la redujeron, dejando el cometido al centroizquierda. En 2011 Grecia tenía una deuda del 120% del PIB y no fue salvada porque Italia la tenía igual. Era suficiente el 2% del PIB de la eurozona para salvar a Grecia y evitar el contagio, pero era necesario el 20% para salvar a Italia, que por entonces se encontraba en el centro de todas las miradas por el escándalo del «bunga bunga» y por unas cuentas fuera de control. Berlusconi dimitió con la prima de riesgo a 575 puntos y con una deuda por encima del 120%. Ahora nuestra deuda está al 131% y la prima de riesgo se ha disparado, arrastrando las de los países del sur de Europa.

Esto explica por qué los mercados, los ahorradores, las empresas, las cancillerías tiemblan frente a la crisis sistémica italiana. El alto endeudamiento nos vuelve frágiles. Un ataque especulativo pondría de rodillas a Italia y al euro y depende tanto de las decisiones económicas concretas como de las expectativas sobre estas. Incluir en el boceto del contrato de gobierno la restructuración de la deuda pública y la posibilidad de salir del euro ha desencadenado el desplome de la bolsa y la colosal subida de la prima de riesgo, con un daño para los italianos de decenas de miles de millones en pocos días. Andrea Bonanni, que analiza los asuntos europeos desde hace años, sintetizaba el contrato de gobierno entre la Liga y el Movimiento 5 Estrellas como «destruir Italia para dañar Europa». Quien ha decidido compartir la casa con nosotros y ha invertido en ella se preocupa si alguno propone dejar sistemáticamente el gas abierto.

Que quede claro: tiene razón quien dice que el euro requiere la unión política. Pero preparar un plan B es una profecía que se cumple a sí misma: crea el riesgo y la expectativa de que sea utilizado, causa una fuga de capitales con daños enormes y lleva a la aplicación de facto del plan. Amenazar con la salida del euro mina la confianza entre socios, necesaria para reformar la UE y hacer la unión política. Es difícil compartir la soberanía, más aún con quien no está seguro de querer invertir en un futuro juntos y está listo para irse haciendo saltar todo. Por esto en la UE cuentan tanto las alianzas, los compromisos, la visión común y son contraproducentes las actitudes chantajistas. Nadie está dispuesto a dejarse chantajear creando peligrosos precedentes.

La crisis italiana vuelve más difícil llegar a un buen acuerdo sobre la reforma de la eurozona, sobre el presupuesto plurianual y sobre la cuestión migratoria en el Consejo Europeo de junio. Alemania está en plena bonanza y sus ciudadanos no entienden la urgencia de una reforma radical de la UE, pero su riqueza está mal distribuida y está llevando al Este, al partido de extrema derecha Alternativa por Alemania y a una parte de los «nacionalistas» de la derecha democristiana a auspiciar un sistema para la salida del euro pensando en ellos, pero también en nosotros. La salida de Italia del euro facilitaría los planes de la derecha nacionalista alemana. Porque para forzar al gobierno alemán a reformar la UE es necesaria una alianza entre Francia e Italia. Pero Sarkozy despreciaba a Berlusconi, luego Monti tuvo que evitarle al país la bancarrota, Letta, Renzi y Gentiloni chocaron contra la indisponibilidad de Hollande. Ahora lo intenta Macron, pero el retraso en la formación del gobierno alemán cuando en Italia había un gobierno europeísta hizo que se perdiera el momento. Las ocasiones perdidas a causa de los ciclos políticos nacionales han dado la idea de que la Unión no es reformable, pero no es así: se puede romper el círculo vicioso.

La clase dirigente de la Italia posbélica sabía que el interés nacional era la unificación europea, para dar estabilidad, modernizar y superar las fragilidades estructurales del país. Esta consciencia se ha desvanecido en quien habla de la salida del euro o del Italexit y se ha vuelto amnésico de todo lo que ocurrió en Grecia cuando corrieron el riesgo de salir (bolsa y bancos cerrados, cuentas bloqueadas, economía de rodillas).

Los europeos esperan comprender si esa consciencia existe todavía en los ciudadanos y en las clases dirigentes italianas. Con una Italia europeísta se podría aprobar una reforma profunda de la Unión. Con una Italia nacionalista, solo una reforma débil y de fachada. O radical, sin Italia.

Articolo pubblicato in italiano su L'Espresso il 3 giugno 2018 (non disponibile online). Tradotto in spagnolo e pubblicato su LA MIRADA EUROPEA il 16 giugno 2018

@RobertoCastaldi
Tradotto da Rafael Guillermo LÓPEZ JUÁREZ

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Il provincialismo del dibattito italiano – favorito dall’attenzione per le prime mosse del nuovo governo e per le elezioni amministrative - è disarmante. Alcuni avvenimenti pongono in questione il futuro dell’Europa e il suo ruolo nel mondo. Ma nel nostro dibattito non entrano. Salvini è diventato l’ombelico del mondo, almeno per gran parte della comunicazione italiana. Ciò dimostra che il governo è a trazione leghista, ovvero di estrema destra, e porta voti alla Lega a danno del M5S, come alle amministrative. Cerchiamo però di alzare lo sguardo e capire cosa sta succedendo intorno a noi.

Si sono svolti in contemporanea il fallimentare G7 in Canada, e la riunione della Shangai Cooperation Organization (SCO) - che comprende Cina, India, Russia, Pakistan, Kazakhstan, Kyrgyzistan, Tajikistan e Uzbekistan – in Cina. Ciascuna organizzazione rappresenta poco più del 30% del PIL mondiale, eppure quasi non si parla della seconda, e certo l’opinione pubblica non la conosce. Ci occupiamo del G7 come se il mondo fosse ancora dominato dall’Occidente e l’Italia fosse uno dei grandi del mondo. Non è così. La Cina e l’India sono la 2° e 7° economia del mondo, cioè hanno un PIL maggiore del nostro, e Brasile e Corea del Sud ci sorpasseranno entro il 2020. Molto presto nessun Paese europeo sarà tra le maggiori economie del mondo, che si concentreranno soprattutto in Asia. Eppure continuiamo ad avere un dibattito eurocentrico.

Alla riunione della SCO sono stati firmati accordi commerciali tra i suoi partner per svariati miliardi di dollari. Invece il G7 ha mostrato la divisione dell’Occidente, con gli USA contro tutti sul commercio, l’ambiente, l’Iran, e i principali dossier internazionali. La partita si gioca a livello mondiale, ma noi agiamo come se la competizione sia interna all’Occidente, senza accorgersi che gli unici ad avvantaggiarsene sono gli altri, che non condividono necessariamente i nostri valori e visione del mondo, come Cina e Russia. L’idea di rafforzare il G7 con la Russia (un’economia debole e in declino, al pari della sua democrazia) invece che con l’India (la più grande democrazia del mondo per popolazione e con un’economia in forte crescita) è frutta di una visione del mondo ancorata agli equilibri del passato e inconsapevole di quelli attuali e del futuro.

Il G7 ci ha mostrato l’Occidente diviso, descritto da Habermas già nel 2004. Ma anche l’ambivalenza italiana, con Conte che appoggia Trump su twitter, ma poi fa propria la posizione europea alla riunione. Buon segno: il premier si rende conto che da soli non contiamo nulla e che rompere l’unità europea sarebbe masochista. Perché l’Europa è sola dal punto di vista strategico e della sicurezza, di fronte alle crescenti tensioni internazionali ai suoi confini: dall’attivismo russo, alla destabilizzazione di Medio Oriente e Nord Africa, fino alla svolta autoritaria in Turchia. Sono crisi frutto del vuoto di potere causato dallo spostamento del focus strategico americano verso il Pacifico. L’Unione Europea non ha saputo colmarlo finora, per la mancanza di una politica estera, di sicurezza e di difesa uniche. Ma questo mostra anche l’impossibilità per i suoi Stati membri di agire efficacemente separati o con il solo coordinamento intergovernativo.

In questo quadro la Germania ha finalmente risposto, con le interviste della Cancelliera Merkel e del ministro dell’economia Scholz, alla proposta di Macron per un’Europa sovrana, unita e democratica, in grado di agire su economia, difesa e migranti. Il punto di partenza è il riconoscimento che nessuno Stato europeo, nemmeno la Germania, può giocare un ruolo mondiale e affrontare con successo le sfide dell’oggi. Per questo serve una “sovranità europea” secondo Scholz, che ha ripreso l’espressione di Macron.

Merkel ha ribadito il suo no alla mutualizzazione del debito - su cui nessuno può avere speranze, poiché è come cercare un vicino pronto ad accollarsi il proprio mutuo: per quanto cerchiate, non lo troverete mai. Ma ha accettato l’idea di un fondo di investimenti dell’eurozona per favorire la crescita e la convergenza dei Paesi in difficoltà e la trasformazione del Meccanismo Europeo di Stabilità in un Fondo Monetario Europeo per affrontare la crisi, seppure con una governance intergovernativa – cioè controllata dai governi e dai parlamenti nazionali. Proposte più avanzate e dettagliate sulla riforma dell’eurozona sono venute dal social-democratico Scholz, a favore di un’armonizzazione della tassazione fiscale – per evitare il dumping fiscale – e di un’assicurazione europea contro la disoccupazione, sul modello di quello americano: in pratica tutti gli Stati vi contribuiscono quando crescono, e vi attingono quando sono in recessione. Scholz ha toccato il punto centrale: non può esserci una sovranità europea senza una capacità fiscale europea, e la tassa europea sulle transazioni finanziarie e quella digitale – volta a tassare le grandi multinazionali digitali – potrebbero esserne i primi esempi. Scholz sostiene la trasformazione del Meccanismo Europeo di Stabilità in un Fondo Monetario Europeo, la necessità di realizzare il backstop dell’unione bancaria, e di investimenti europei sulle infrastrutture dei trasporti e digitali per rilanciare l’economia europea.

La Germania ha rilanciato sul piano politico e militare. La Merkel ha proposto un’Agenzia europea per i rifugiati che gestisca le domande d’asilo e l’evoluzione dell’Agenzia Frontex in una vera polizia europea di frontiera. Si è detta favorevole alla proposta di Macron di creare delle unità di intervento rapido a livello europeo, nel quadro della Cooperazione strutturata permanente sulla difesa. Ha proposto di creare un coordinamento tra gli Stati europei più impegnati sul piano internazionale con la Commissione e la Francia – che ha un seggio permanente e il diritto di veto nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU – per garantire la coerenza e l’efficacia della posizione europea all’ONU. Ha sostenuto il fatto che il Presidente della Commissione sia scelto tra i candidati presentati dai partiti europei, auspicando che in futuro possa essere anche capolista di una circoscrizione elettorale – che proprio il Partito Popolare Europeo e la CDU/CSU tedesca hanno impedito di approvare in questa legislatura.

L’Italia dovrebbe discutere di più di quanto accade in Europa e nel mondo. Capirebbe che il sovranismo nazionalista per noi è autolesionismo. Da qui alle elezioni europee si deciderà molto del futuro dell’Europa e del suo ruolo nel mondo. I grandi accordi europei sono spesso stati legati alla capacità italiana di inserirsi con proposte avanzate nella dialettica tra Francia e Germania. L’Italia dovrebbe sostenere sia il rilancio tedesco sul piano politico – in particolare in materia di migranti, controllo delle frontiere e politica estera e di sicurezza - che le proposte francesi sul piano economico, ancorandole però ad una solida governance sovranazionale. Sono proposte che l’Italia porta avanti da anni, trovando sponda principalmente nella Commissione e nel Parlamento europeo. Noi contiamo nelle istituzioni sovranazionali – come il Parlamento, la Commissione e la BCE, dove troviamo in ruoli centrali Tajani, Mogherini e Draghi – e risultiamo perdenti nel quadro inter-governativo, in cui la scarsa durata degli esecutivi, la debolezza istituzionale e del sistema-Paese non possono essere compensati dalle competenze e qualità individuali. Per rilanciare investimenti ed economia, affrontare le sfide internazionali e i flussi migratori c’è bisogno di un governo federale europeo, in grado di farsi valere sul piano globale. L’Italia è particolarmente vulnerabile ed esposta e ha più da guadagnare da questa prospettiva.

@RobertoCastaldi

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