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É do conhecimento geral que em virtude dos constrangimentos económico-financeiros do período 2007-2014, a União Europeia (UE) abrandou, ainda que temporariamente, os seus projetos e investimentos a médio e longo prazos em muitas das suas áreas de intervenção; o foco esteve, quase em exclusivo, sobre os aspetos financeiros e orçamentais da UE e dos seus Estados-Membros.

No âmbito das infraestruturas estratégicas dos transportes, energia, mercado digital ou do espaço, a dinâmica incutida antes da crise não se manteve durante aquele período. Porém, com o virar da página dos momentos mais críticos, a UE (re)assumiu a sua vontade e compromisso com o futuro, nomeadamente quanto às atividades espaciais: o passado recente é prova disso mesmo.

Logo em 2014, com a aprovação do Quadro Financeiro Plurianual 2014-2020, a UE atribuiu 12 mil milhões de euros para os programas espaciais europeus – em conjunto com a Agência Espacial Europeia (ESA) –, destacando-se o Galileo e o Copernicus. Em paralelo, através do Programa “Horizonte 2020”, a UE disponibilizou 80 mil milhões de euros para a investigação e desenvolvimento de projetos inovadores que assegurem o crescimento inteligente e sustentável do seu mercado interno; o espaço é, direta e indiretamente, um dos setores beneficiados, estimulando a sua indústria, criando empregos e atraindo investidores privados.

As posições públicas das várias instituições europeias entre 2014 e 2017, sublinharam que o setor espacial empregava mais de 230.000 pessoas e a sua economia valia mais de 50 mil milhões de euros nos anos de 2014 e 2015 – cerca de um quinto do valor do setor espacial mundial. A rápida mutação do mundo global é inegável, pelo que o espaço surge como um desafio, mas também uma oportunidade; a utilização dos dados espaciais e as novas tecnologias a si associadas não passam ao lado da UE, cuja política espacial europeia – com significativos desenvolvimentos jurídicos e políticos ao longo dos últimos quatro anos –, já produz resultados diretos na vida dos cidadãos europeus.

Com os sucessivos lançamentos de satélites foi possível finalizar e operacionalizar o programa Copernicus, cuja observação da Terra permite, entre outros, compreender e mitigar os efeitos das alterações climáticas, auxiliando as autoridades na resposta eficaz e imediata em caso de catástrofe (está online e disponível para todos, por exemplo, na sua página oficial de instagram: copernicus_eu). Quanto ao programa Galileo, o sistema europeu de navegação global por satélite, já possui algumas das vertentes em funcionamento desde o final de 2016; do total dos seus 30 satélites, estão em órbita 22, esperando-se que esteja totalmente operacional em 2020, passando a Europa a beneficiar de um sistema de navegação próprio e exclusivo na próxima década.

Este impulso recente das atividades espaciais europeias está assente, em grande parte, no papel institucional desempenhado pela UE: é o motor que tem traçado os objetivos da estratégia espacial europeia. No plano jurídico, após a entada em vigor do Tratado de Lisboa, a vasta produção legislativa secundária – especialmente as Comunicações da Comissão – constitui o principal contributo para a definição do Direito Espacial Europeu. O direito derivado da UE em matéria espacial é uma constante, cujos pequenos passos do pós-crise constituem bons indicadores para o desenvolvimento a longo prazo do setor espacial, antevendo-se a continuidade na aposta no investimento tecnológico, científico e industrial. Ao Direito Espacial Europeu faltará ainda muito caminho para trilhar, mas, se as aplicações espaciais começam a dar frutos, muito se deve ao enquadramento jurídico europeu neste domínio.

Posted by João Nuno Frazão, NOVA University of Lisbon, School of Law

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Il Presidente francese Macron ieri al Parlamento europeo ha rotto la prassi e invece di un discorso solenne ha fatto un vero dibattito con i parlamentari sul futuro dell’Europa. Si è trattato di una scelta coerente con l’esplicito riconoscimento del ruolo del Parlamento europeo come rappresentante legittimo della sovranità dei cittadini europei e fulcro della democrazia europea. Tanto più importante arrivando dal Presidente francese, visto che in Francia anche alcuni europeisti propongono un Parlamento dell’eurozona composto da parlamentari nazionali, ovvero un ritorno alla situazione precedente all’elezione diretta del Parlamento europeo nel 1979.

Ma il punto politico fondamentale è che Macron ha offerto al Parlamento europeo un’alleanza, delineando i contorni della riforma dell’UE e alcuni passi concreti da fare entro le elezioni europee del 2019. In pratica Macron ha spronato il Parlamento, in quanto rappresentante legittimo dei cittadini europei, a prendere l’iniziativa politica, sapendo di poter contare sul sostegno della Francia. Storicamente il Parlamento ha sempre sostenuto un rafforzamento delle competenze e dei poteri dell’UE e soprattutto una piena democratizzazione del suo sistema decisionale. E quando ha preso l’iniziativa in tal senso lo ha sempre fatto in prossimità delle elezioni europee, come quando nel febbraio del 1984 approvò il Progetto di Trattato di Unione Europea grazie alla leadership di Altiero Spinelli. Macron è alle prese con le resistenze sul piano intergovernativo ad una riforma ambiziosa dell’Unione e dell’eurozona - da parte degli Stati del Gruppo di Visegrad e con la lettera degli 8 da parte di Olanda, Irlanda, Paesi nordici e baltici – e non può contare al momento sul sostegno di Spagna e Italia, che dalla riforma hanno tutto da guadagnare, ma che sono oggi molto deboli. Così cerca il sostegno delle istituzioni sovranazionali europee per superare l’impasse e raggiungere risultati tangibili per i cittadini entro il 2019.

Macron propone una strategia con un doppio binario. Da un lato sostiene la linea della Commissione Juncker di rafforzare l’Unione approvando in questa legislatura tutto quello che si può fare nel quadro del Trattato di Lisbona. La Commissione ha proposto infatti di tenere un Consiglio europeo straordinario a Sibiu all’indomani dell’uscita formale del Regno Unito, per rilanciare il progetto europeo e dare una risposta politica e un messaggio forte all’opinione pubblica sul fatto che l’Unione non si disgrega, ma si rafforza. In questa prospettiva della “road to Sibiu” la Commissione ha predisposto e continua a lavorare su una serie di proposte avanzate di riforma, realizzabili sfruttando al meglio i Trattati vigenti. Macron chiede al Parlamento di approvare le proposte legislative della Commissione in modo da mettere pressione sui governi nazionali perché facciano altrettanto. Sono proposte su temi importanti. Sulle migrazioni con la riforma del regolamento di Dublino. Sull’economia con la realizzazione dell’unione bancaria e con la tassa sull’economia digitale, che oggi sfugge alla tassazione. Sul rafforzamento della tutela dei dati e della privacy dei cittadini. Sul superamento del dumping sociale e fiscale tra i Paesi membri. E propone di inserire in tutti gli accordi commerciali dell’UE con Paesi terzi la partecipazione all’accordo sul clima di Parigi e il divieto di dumping sociale e fiscale.

Dall’altro lato Macron chiede al Parlamento di andare oltre i Trattati esistenti. Indica la necessità di lanciare un grande dibattito e un ambizioso progetto di riforma affinché le elezioni europee del 2019 siano l’occasione per i cittadini per scegliere tra il progetto di un’UE democratica ed efficiente, o la visione del passato dei sovranisti. Di fatto, sebbene implicitamente, Macron invita il Parlamento ad utilizzare il potere di proporre emendamenti ai Trattati che per la prima volta gli è stato riconosciuto dal Trattato di Lisbona. Il Parlamento si era impegnato in tal senso già verso la fine della scorsa legislatura nel Rapporto Gualtieri, e poi in questa con il Rapporto Verhofstadt. Macron sfida il Parlamento a dar seguito all’impegno preso, approvando un progetto ambizioso di riforma dei Trattati, di cui delinea i contorni, anche istituzionali, in modo nuovo e preciso.

Riprendendo i temi del discorso alla Sorbona Macron indica come obiettivo un’Europa unita, sovrana e democratica, che protegga i cittadini con una vera sovranità europea su economia, migranti e sicurezza. Ricorda che l’Europa è già a più velocità (Eurozona, Schengen, ecc.) e che tutti i passi avanti nell’integrazione sono stati fatti grazie a delle avanguardie. Tutti gli Stati devono poter partecipare alla riforma, ma nessuno deve poter bloccare chi vuole andare avanti. È un invito a superare il principio dell’unanimità nelle ratifiche, come fatto troppo timidamente nel Trattato di Lisbona, e più coraggiosamente nel Progetto Spinelli del 1984, ma anche nel Trattato sul Meccanismo Europeo di Stabilità e sul Fiscal Compact. Questo mostra la consapevolezza di Macron che siamo forse di fronte all’ultima opportunità storica di salvare l’Europa con il completamento della sua unità democratica. Se n’è accorto perfino il nazionalista Farage che ha affermato dopo il dibattito che Macron è l’ultima speranza per l’Europa. Ecco perché gli europeisti non possono più perdersi in tatticismi di partito, ma devono cogliere questa finestra di opportunità.

Macron ha detto delle verità scomode, soprattutto per una parte dell’opinione pubblica tedesca. Non esiste al mondo un’unione monetaria priva di un bilancio adeguato per garantire la convergenza e la stabilizzazione. Serve un bilancio europeo più elevato dell’attuale 0,9% del PIL se si vuole rendere sostenibile e funzionale l’eurozona e garantirne la crescita. Ma rassicura che non sarà solo la Germania a pagare, perché la Francia è disponibile ad aumentare il suo contributo al bilancio. A patto che vi sia una riforma complessiva del bilancio, a partire dalla creazione di risorse proprie, come la carbon tax e la tassa sul digitale, per finanziare le nuove politiche europee sulle migrazioni e la difesa. Un nuovo bilancio, con nuove risorse, per nuove priorità nella fornitura dei beni pubblici europei essenziali e richiesti dai cittadini: sviluppo economico, gestione delle migrazioni, sicurezza. E va oltre: la gestione di questo bilancio e di queste risorse non può essere solo intergovernativa. La crisi ha mostrato che una governance meramente intergovernativa non funziona, porta alla divisione dell’Europa, impedisce la ricerca dell’interesse comune e spinge al riemergere degli egoismi nazionali, uccidendo la solidarietà europea. Per questo propone una sorta di governo dell’eurozona responsabile di fronte ai parlamentari europei dell’area euro, perché abbia una forma istituzionale democratica. Unito all’accettazione del fatto che i partiti europei presentino i propri candidati alla presidenza della Commissione (gli Spitzenkandidaten), è un passaggio cruciale, che rende possibile l’alleanza con la Commissione e il Parlamento, riconosciuti come pilastri essenziali per un assetto istituzionale efficace e democratico.

Sollecitato da Juncker, Macron si dice favorevole all’allargamento ai Balcani occidentali, ma solo dopo un approfondimento istituzionale dell’UE, a partire dal superamento dell’unanimità a favore del voto a maggioranza qualificata. Ma le riforme istituzionali sono solo lo strumento per raggiungere obiettivi chiari in termini di politiche e beni pubblici europei volti a rispondere alle esigenze dei cittadini e a sconfiggere le visioni nazionaliste del ritorno al passato.

Sulle migrazioni vanno affrontate le cause, con un’azione di stabilizzazione dell’Africa e del Medio Oriente con una politica dello sviluppo rafforzata e ambiziosa. Serve una solidarietà interna ed esterna all’Europa mediante la protezione comune delle frontiere europee, e una solidarietà interna con la creazione di un sistema di asilo comune, ovvero stesse regole ovunque, la redistribuzione dei rifugiati e finanziamenti europei alle comunità locali che li accolgono. Serve la creazione di risorse proprie per il bilancio europeo e una linea specifica di bilancio per l’Eurozona con adeguati meccanismi democratici. Tutto questo all’unanimità è impossibile, ecco perché serve il voto a maggioranza a qualificata.

Nessuno può illudersi che siano possibili risposte solo nazionali a sfide come le migrazioni, la globalizzazione economica, le tensioni geopolitiche mondiale. Ecco perché un bilancio e una sovranità europea non sono contraddittori ma complementari con quelli nazionali, perché ci sono sfide che richiedono risposte europee. Macron delinea di fatto un’UE federale e solidale, in cui sia abolita l’unanimità, vi sia un esecutivo responsabile di fronte al Parlamento, poteri fiscali, e politiche europee rispetto ai grandi temi: investimenti, sviluppo e coesione economica, migranti, e sicurezza. Un’UE che sia un modello di democrazia, in grado di sconfiggere nazionalismi e tentazioni illiberali o autocratiche.

I gruppi europeisti nel Parlamento sembravano finora paralizzati dalla paura dei sovranisti. Ora hanno un alleato e una sponda forte per un progetto di riforma chiaro in grado di sconfiggere il nazionalismo. Vedremo se sapranno agire sul doppio binario proposto da Macron approvando la legislazione in itinere, e il progetto di riforma dei Trattati.

@RobertoCastaldi

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La UE tiene un peso incuestionable en los asuntos globales. Es el principal bloque comercial y representa alrededor de un 22 por ciento del PIB mundial, solo superado por EEUU con un 24 por ciento y por delante de China que supone alrededor de un 15. Además, fruto de su modelo social, esta riqueza se traduce en un notable nivel de bienestar para sus algo más de 500 millones de habitantes. Este bienestar es, de hecho, la gran fuente de poder blando de una UE que atrae y seduce sin siquiera proponérselo. Sin embargo, hay un profundo desequilibrio entre este nivel de seducción y peso en la economía global y la capacidad de Bruselas para proyectarse hacia el exterior, fijar agendas e incidir en acontecimientos y dinámicas que afectan a sus intereses, ya sean regionales o globales. La capacidad de la UE para pensar y actuar estratégicamente está, pues, en cuestión. Y con ella, la posibilidad de avanzar hacia una política exterior y de seguridad común.

Desde el inicio de la crisis global en 2008, y particularmente desde el fatídico 2014, la UE se ha visto sacudida por una marea de crisis internas y externas. Y no ha sido fácil para Bruselas. De hecho, el fantasma de la desintegración ha sobrevolado por vez primera una UE que ya no es tenida por irreversible. Si bien, se ha sorteado con éxito el peligroso umbral de pasar de impensable a inevitable del que advertía Ivan Krastev extrayendo lecciones para la UE del colapso soviético. Como él mismo apunta, no es necesariamente negativo ya que obliga a los actores políticos a adoptar mayores cotas de responsabilidad para prevenir una eventualidad que de otra manera no sería ni siquiera contemplada. En esa mayor responsabilidad cabe incluir la necesidad de abandonar la tendencia a europeizar todo fracaso –lo que en otro lugar he denominado síndrome Yoko Ono– y por el contrario, nacionalizar cualquier éxito.

Lo que resulta incuestionable es que la configuración de un nuevo escenario impele a la UE a repensarse a sí misma hacia dentro y hacia fuera. Hacia dentro, los miedos y las incertidumbres políticas, económicas y de seguridad alimentan fenómenos populistas, de renacionalización o de afirmación de identidades excluyentes. Algunos de los avances más significativos y simbólicos, como el espacio Schengen, han devenido a ojos de muchos en una vulnerabilidad crítica. Hacia fuera, no es sólo que la UE no haya conseguido esa «zona de estabilidad y prosperidad compartida» en su vecindario que anunciaba en 2003, es que de Este a Sur –o lo que es lo mismo del Sahel al Báltico, pasando por Ucrania, Siria o Libia– Bruselas se enfrenta a un arco de crisis sin precedentes. Y si algo dejan claro fenómenos como la crisis de refugiados, la amenaza del terrorismo yihadista o el crimen organizado es que la distinción entre asuntos domésticos e internacionales no es sólo difusa, sino temeraria.

La llegada de Emmanuel Macrón al poder en Francia y el nuevo triunfo de Angela Merkel en Alemania han mitigado el sentimiento de urgencia perentoria, pero todos los frentes de la UE siguen abiertos. Además, pese a que los peores presagios con respecto a la OTAN se han disipado, un presidente como Donald Trump escasamente interesado o escéptico con el valor estratégico del vínculo transatlántico añade incertidumbre y, sobre todo, obliga a la UE a abordar seriamente los asuntos de seguridad y defensa.

Como respuesta a todos estos desafíos, la UE ha dado pasos importantes. En junio de 2016, en pleno shock por el Brexit, la Alta Representante, Federica Mogherini, presentó la Estrategia Global de la UE con el objetivo de conseguir una UE más cohesionada, fuerte e influyente. Se trata de un documento ambicioso, pero realista y pragmático al mismo tiempo. De hecho, como apunta Enrique Mora, uno de los aspectos más llamativos es la adopción de un «pragmatismo basado en principios» (principled pragmatism) como brújula para la acción de la UE. El tiempo dirá si esta suerte de cuadratura del círculo resulta eficaz y permite superar el enraizado, pero en buena medida ilusorio, dilema entre valores e intereses. De igual forma y como se ha destacado de forma general, el contraste con la Estrategia de 2003, impulsada por Javier Solana, no podría ser mayor. La UE y el entorno han cambiado radicalmente.

En la misma línea, Bruselas ha adoptado un Plan en Seguridad y Defensa que aspira a hacer de la Unión un actor más resolutivo, capaz y autónomo. Para ello la UE pondrá en marcha un Fondo Europeo de Defensa y una Cooperación Estructurada Permanente. Los planes europeos se ven, además, complementados por iniciativas nacionales como la anunciada por el presidente Macrón en la que, entre otras cosas, se exhorta a la creación de una fuerza de intervención, un presupuesto de defensa y una doctrina comunes. Todo ello con vistas a superar un problema endémico y, aunque comprensible en perspectiva histórica, sangrante para una Europa que gasta colectivamente en Defensa casi 200 mil millones de euros anuales, pero que, como recuerda el Coronel Laboire, es incapaz de ejecutar de forma autónoma operaciones de pequeña entidad sin el concurso de EEUU. Y el rol que debe jugar Washington en la defensa de la UE es, precisamente, uno de los puntos más delicados. No hay un consenso sólido entre los estados miembros sobre qué entraña la autonomía estratégica. Algunos, como indica de nuevo Enrique Mora, lo interpretan en términos de «capacidades militares [mientras que otros lo hacen] en términos de capacidad de acción». En otras palabras, si se puede actuar o no sin el respaldo o el acuerdo con EEUU. En no pocas ocasiones, se suele apuntar que la UE nunca disfrutará de una verdadera «autonomía estratégica» mientras se mantenga bajo el paraguas de EEUU.

En mi opinión, la defensa europea difícilmente podrá construirse frente a la OTAN y sin Defensa no habrá una verdadera Europa. Así que la complementariedad entre ambas aparece como la única opción posible, salvo que desde el otro lado del Atlántico se opte por romper con Europa. Y, de momento, ni siquiera con un presidente norteamericano como el actual parece que vaya a suceder. Así que, guste o no, la OTAN, fruto del compromiso de Washington, seguirá gozando de una credibilidad que la UE, en materia de defensa, está aún muy lejos de lograr. Esa credibilidad está, obviamente, relacionada con las capacidades, pero también y conviene enfatizar, con la voluntad política que hay detrás para afrontar cualquier amenaza militar sin titubeos.

De esta manera, al contrario de lo que se suele creer, lo más difícil de lograr para la UE no serán necesariamente ni las capacidades ni el presupuesto común –en estos ámbitos los estados europeos dan muestras de voluntad y cintura– sino todo lo relativo a doctrina, liderazgo y voluntades políticas. Tomemos por ejemplo el Centro Europeo de Excelencia Contra las Amenazas Híbridas recientemente inaugurado por Federica Mogherini y el secretario general de la OTAN, Jens Stoltenberg, en Helsinki, Finlandia. La iniciativa refleja perfectamente tanto la complementariedad UE-OTAN como las dificultades doctrinales que aún deben afrontar ambas organizaciones, especialmente la UE. Así, en su caso, resulta paradójico que impulse un instrumento destinado –a nadie se le escapa– a hacer frente al desafío estratégico ruso mientras su Alta Representante, como resultado de la falta de acuerdo entre los estados miembros, se muestra reacia incluso a vincular al Kremlin con una amenaza capaz de desestabilizar seriamente a la Unión.

La OTAN, por su lado, aún debe definir el entorno operativo sub-artículo 5 y de guerra política multidimensional al que previsiblemente se va a enfrentar en los próximos años. Y en el flanco oriental, pese a todo, al menos resulta claro hacia dónde hay que apuntar el foco, pero en el flanco sur aún queda mucho más por definir. Y dado que el flanco sur es nuestra prioridad estratégica es precisamente en ese ámbito doctrinal y de pensamiento en el que España debería aspirar a dejar una mayor huella tanto en la UE como en la OTAN. Se contribuirá así a que los medios y los instrumentos sirvan para lograr una Europa verdaderamente estratégica y capaz de afrontar los desafíos y amenazas de un contexto internacional incierto y cambiante.

Posted by Nicolás De Pedro. Investigador Principal, CIDOB

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La democrazia è una bella cosa. Quando ciascuno degli elettori possiede informazioni complete (o ragionevolmente tali) e capacità critiche per analizzarle; e quindi per esprimere un voto libero e consapevole (e in questo senso, infatti, tutti gli Stati soffrono oggi di una profonda crisi della democrazia partecipata). In mancanza anche solo di una delle due condizioni, la democrazia degenera. E in questa degenerazione, chi controlla la formazione dell’opinione pubblica ha un potere potenzialmente immenso. Il modo in cui le ‘narrazioni’ delle vicende vengono impacchettate, determina in ultima analisi l’esito del voto.

La vittoria di Orban in Ungheria pone una serie di questioni interessanti. Alcune sul piano teorico, ossia principalmente sulle compatibilità fra sistema di potere sui mass-media e sistema democratico. Orban, negli anni precedenti, ha cancellato qualsiasi voce dissidente ed ha fatto raccontare, tra le altre cose, un’Ungheria che si arrocca in difesa della purezza etnica contro l’invasione dei migranti voluta da Bruxelles. In Ungheria, di migranti ce ne sono qualche centinaio: quasi tutti profughi siriani, colti ed estremamente silenziosi. Le narrazioni contano eccome.

Un’altra questione aperta dalla rielezione di Orban ha a che vedere con l’Unione Europea. Può essere ancora tollerato nella Ue un paese dove gli equilibri di potere costituzionali vengono cancellati, anche se a colpi di maggioranze parlamentari o di atti del governo eletto, in un contesto in cui la rappresentatività e legittimità della classe politica sono affidate ad asimmetrie di potere nel più ampio tessuto della società civile, nei mass-media appunto, nelle cariche apicali delle istituzioni pubbliche?

Perché se la risposta è si, ha fatto bene la Ue a non prendere provvedimenti sostanziali nei confronti di Budapest in questi ultimi anni, così come fa bene la Polonia ad attuare una decisa deriva che allontana il paese da una moderna democrazia liberale nella quale siano riconosciuti gli equilibri di potere fra giudiziario, esecutivo e legislativo.

Se invece la risposta fosse negativa e non riconoscessimo questo modo di governare nei valori fondanti della democrazia europea, dovremmo prendere immediati provvedimenti di tipo sanzionatorio, da quelli economici (i fondi di coesione) a quelli giudiziari (Corte di Lussemburgo), fino a valutare l’espulsione dalla Ue.

È anche sulle risposte a queste domande che si fonda la fiducia dei cittadini nei confronti dell’Unione Europea, oltre che la sua identità. E qui veniamo all’ultimo punto che vorrei sottolineare. Chi difende i cittadini ungheresi dagli abusi di potere del loro governo? Se riteniamo che le regole per una sana e robusta democrazia siano state violate in Ungheria, come assicurare ai cittadini ungheresi che qualcuno interverrà per difendere i loro diritti democratici? Chi ne ha gli strumenti? E chi ne ha la volontà politica?

L’Europa, tanto per cambiare, dimostra di non esistere. Se non come somma di governi nazionali che fanno quello che vogliono a casa loro. E su cui nessuno può intervenire. Fin quando l’Europa sarà questo modello intergovernativo e confederale di gestione del potere, i cittadini non avranno alcun ruolo.

E, se vogliono avere un ruolo da giocare, dei valori da difendere, allora possono solo lottare per trasformare questa Europa confederale, somma di gruppi di potere nazionali al comando, in un’Europa federale, in una genuina democrazia sovranazionale nella quale siano rispettate le prerogative di scelta consapevole e libera degli individui ad ogni livello.

Visto il ruolo centrale di avanguardia che il nostro paese ha storicamente giocato per cambiare questa Europa inefficiente, ci aspettiamo quindi che le recenti dichiarazioni del Vice-Presidente del Parlamento Europeo, Fabio Massimo Castaldo, in un’intervista a Il Messaggero, si traducano in una linea politica precisa e coerente del suo gruppo, sia a livello europeo sia nazionale; e che si battano per dare seguito all’analisi svolta, indicando come priorità politica la costruzione di un’Europa capace di agire collettivamente in politica estera e in tema di diritti dei cittadini, oltre che in grado di finanziare la fornitura di beni pubblici europei per dare risposte a mezzo miliardo di cittadini che sono ancora in attesa di qualche segno concreto sul quale poter continuare a sognare di far parte di una grande comunità.

Posted by Fabio Masini

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