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Chi fa gli interessi degli europei?

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A seguito del Post precedente sul discorso di Juncker sullo stato dell’Unione un ben educato anonimo su twitter (e l’educazione è una rarità negli account anonimi) ha formulato una critica a mio avviso infondata, ma diffusa, che merita quindi di essere approfondita. In sostanza l’anonimo sostiene che “i governi sovranisti non sono la causa dei problemi europei ma la conseguenza della sua lontananza dai bisogni del popolo!!!”. Gli ho quindi suggerito di approfondire il ragionamento andando a studiare la situazione sui problemi concreti. Verrebbe fuori che ad esempio su migranti, investimenti, solidarietà, pilastro sociale – ma anche in molti altri campi - Commissione e Parlamento hanno fatto proposte "vicine al popolo" che i governi nazionali hanno bocciato. D’altronde, lo stesso Juncker ha ricordato che la Commissione ha presentato tutte le proposte legislative che si era impegnata a fare in questa legislatura, ma solo il 50% è già stato approvato. A quel punto l’anonimo ha cercato di attribuirne il merito a chi probabilmente gode del suo appoggio, sostenendo che “Adesso, e negli anni passati quando ancora non c’erano correnti sovraniste cosa hanno fatto??”. In realtà la dinamica che ho descritto avviene da sempre, ed in particolare dopo il 1979, quando il Parlamento europeo è iniziato ad essere eletto. Cerchiamo dunque di capire meglio la questione.

La Commissione Europea ha il compito di fare gli interessi dei cittadini europei nel loro insieme e detiene il monopolio dell’iniziativa legislativa. La legislazione europea però deve essere approvata dal Parlamento Europeo, che rappresenta i cittadini europei, e dal Consiglio, che rappresenta i governi nazionali, e che su alcune questioni ancora (non) decide all’unanimità. Commissione e Parlamento sono le istituzioni sovranazionali, che cercano di fare gli interessi dei cittadini europei in quanto tali. E da decenni – ben prima che venissero fuori i nazionalisti (che si presentano come sovranisti visto il connotato negativo del nazionalismo, ma le cui posizioni sono nazionaliste) – fanno proposte lungimiranti. Vediamone alcune particolarmente importanti che se approvate avrebbero radicalmente trasformato la vita dei cittadini europei.

Nel 1971 ci fu l’inconvertibilità del Dollaro in Oro, ovvero la fine del sistema monetario europeo di Bretton Woods. Questa fu la condizione di possibilità – non la causa specifica – dello shock petrolifero del 1973. La risposta della Commissione Jenkins fu di proporre l’integrazione sul piano monetario, per tenere insieme il mercato unico e reggere la tempesta in arrivo. I governi nazionali non ne fecero nulla, e gli anni successivi al 1973 furono terribili per l’Europa e in particolare per alcuni Paesi come l’Italia, in cui crisi economica, monetaria e politica si avvitarono fino al rapimento e all’omicidio di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse. Ci è voluta la caduta del Muro di Berlino e il timore di un’egemonia tedesca per arrivare alla moneta unica, ovvero alla cessione della sovranità tedesca sul Marco all’Europa in cambio del sostegno alla riunificazione.

Il rilancio dell’integrazione negli anni ‘70 passò per la creazione del Sistema Monetario Europeo (una forma di cooperazione nel campo monetario) e l’elezione diretta del Parlamento europeo nel 1979. Sotto l’impulso e la guida di Altiero Spinelli il Parlamento predispose e approvò un Progetto di Trattato di Unione Europea, che rafforzava le istituzioni e apriva la via all’integrazione economica e monetaria e in prospettiva a quella politica, con forti elementi di solidarietà interna. I governi lo misero in un cassetto e ripiegarono sul più modesto Atto Unico di Lussemburgo del 1986 che almeno portò all’avvio del Mercato Unico nel 1992. Il famoso Piano Delors – dal nome del Presidente della Commissione – prevedeva di accompagnarlo con un grande piano di investimenti per la trasformazione e la sostenibilità ecologica e ambientale dell’economica europea. Prevedeva una riforma del bilancio con risorse proprie, carbon tax, ecc. e una serie di strumenti per l’innovazione e la solidarietà. Tutte cose di cui si parla ancora oggi, e che realizzare allora avrebbero reso l’economia europea la più dinamica e competitiva al mondo. I governi nazionali lo misero in un cassetto rifiutandosi di riformare il bilancio UE (serviva l’unanimità), e l’economia europea ha perso competitività e slancio.

Nella Convenzione europea che portò al Trattato Costituzionale la Commissione Prodi presentò il cosiddetto Progetto Penelope, che era molto più avanzato e allargava maggiormente il voto a maggioranza qualificata, trasformava il Consiglio in un vero Senato degli Stati, e così via. In sostanza rafforzava molto la struttura democratica dell’Unione. I governi nazionali si opposero.

Nel pieno della crisi dell’euro fu la Commissione Barroso a proporre un Blueprint che sostanzialmente chiedeva un bilancio dell’eurozona con una capacità fiscale e di prestito autonoma. Un modo elegante per dire eurobonds. Ma i governi nazionali dissero di no. Così il cerino rimase in mano ad un altra istituzione sovranazionale, o meglio federale, la Banca Centrale Europea. E ci volle il "whatever it takes", l'OMT e il Quantitative Easing di Draghi per garantire la tenuta dell'Eurozona.

Sul pilastro sociale, il bilancio dell’eurozona, gli investimenti e la solidarietà il Parlamento ha approvato risoluzioni e proposte. Rimaste inattuate per l’opposizione degli Stati membri.

Sui rifugiati la Commissione ha proposto subito un sistema di redistribuzione automatica solidale, che è stato rigettato dai governi, in particolare del gruppo di Visegrad, o non implementato rispetto al meccanismo provvisorio. Nei momenti peggiori della crisi migratoria nel 2015 la Commissione offrì di inviare ufficiali europei in Italia ad aiutare a gestire e sveltire le pratiche sulle richieste d’asilo e favorire così le ricollocazioni. Fu l’Italia a respingere l’offerta, salvo lamentarsi che l’UE non aiutava abbastanza. La riforma di Dublino proposta dalla Commissione da tempo è stata approvata dal Parlamento Europeo circa un anno fa. Sono i governi nazionali nel Consiglio a non approvarla.

Rispetto al mercato unico (inclusa la lotta agli aiuti di Stato e al contrasto delle posizioni dominanti delle multi-nazionali) i poteri sono invece direttamente nelle mani della Commissione. Che non ha bisogno dell’accordo dei governi. Così arrivano le multe e le sanzioni record a Google, Apple, ecc.

La narrazione dominante vorrebbe l’Unione come in preda a tecnocrati lontani dai cittadini che fanno gli interessi della finanza. La realtà è che Commissione e Parlamento storicamente cercano di fare gli interessi dei cittadini europei, ma non ci riescono fino in fondo, perché i governi nazionali lo impediscono. Spesso per ragioni di mero consenso e potere nel proprio Paese specifico, dove una determinata politica, che serve a quasi tutti, presenta invece in quel Paese un effetto negativo in termini di consenso per il governo.

I governi nazionalisti in salsa populista stanno solo accentuando questa situazione. L’esempio è il veto minacciato dall’Italia al bilancio pluriennale dell’UE 2020-2027, quando la proposta della Commissione aumenta i fondi per l’Italia, aumenta i fondi per la politica migratoria, e anche quelli per la difesa e gli investimenti in Europa e in Africa. Tutte priorità italiane che il governo dice di perseguire, ma che in realtà con il veto può affossare.

@RobertoCastaldi

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