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Le amnesie di Renzi sui successi di Federica Mogherini

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In Italia siamo bravissimi ad auto-compiangerci, ad assumere atteggiamenti nazionalisti di fronte a critiche del tutto legittime – e in realtà mere osservazioni della realtà, come quella di Verhofstadt nei confronti di Conte, confermata plasticamente dal fatto che i pastori sardi sono stati ricevuti al Viminale, che non c’entra assolutamente nulla con la questione – e a dimenticare i successi che gli italiani colgono sul piano europeo e internazionale.

Questo facilita il diffondersi di una narrazione dominante del tutto falsa di un’Unione matrigna e di un’Italia vittima, invece che protagonista. L’idea di un’Europa a guida tedesca o franco-tedesca, quando sono italiani il Presidente della BCE Mario Draghi, del Parlamento europeo Antonio Tajani, l’Alto Rappresentante per la politica estera e di sicurezza e Vice-Presidente della Commissione Federica Mogherini; mentre il Presidente del Consiglio europeo è il polacco Donald Tusk, e quello della Commissione il lussemburghese Jean-Claude Juncker. Il tutto mentre la Commissione ha appena bocciato la fusione Siemens-Alstom sostenuta dai governi francese e tedesco. Mentre Commissione e Parlamento in questi anni si sono quasi sempre schierati su posizioni simili a quelle italiane – ad esempio sul completamento dell’unione economica e monetaria o sulle migrazioni – sebbene l’opposizione di alcuni Paesi, a partire da quelli di Visegrad ha bloccato i passi avanti.

Da ultimo Renzi ha attaccato la Mogherini che, secondo lui, avrebbe fallito completamente nel suo compito di dotare l’Unione di una politica estera e di sicurezza. Al contrario, il deterioramento dei loro rapporti è proprio dovuto al fatto che Mogherini ha svolto bene – cioè autonomamente e nell’interesse di tutta l’Unione, come è obbligo dei Commissari – il suo ruolo. Prima di Mogherini quel ruolo era stato di Lady Ashton: messa lì da Blair per sterilizzare la nuova posizione, ovvero per non fare nulla, i commentatori si stupirono dello straordinario successo ottenuto in tal senso. Favorita peraltro dal fatto che i poteri dell’Alto Rappresentante erano, e sono, molto limitati e che la politica estera, di sicurezza e di difesa sono ancora essenzialmente nelle mani degli Stati membri.

Ciò nonostante Mogherini è riuscita a conseguire alcuni importanti successi, su cui nessuno avrebbe scommesso a inizio legislatura. Il primo, e più spesso citato, è l’accordo sul nucleare iraniano, rispetto al quale ha giocato un ruolo fondamentale, riconosciuto da tutti gli attori in gioco. Ma i maggiori successi in realtà sono altri, assai più inattesi.

Mogherini è riuscita a far approvare la Strategia Globale, che ha sostituito l’ormai obsoleto documento Solana. La nuova dottrina strategica europea prende atto di un mondo molto più pericoloso e instabile che in passato, di una serie di sfide fondamentali per la sicurezza europea, e di un’area di vicinato che richiede una capacità d’azione europea ancora insufficiente. A ciò si è aggiunto Trump e le difficoltà del rapporto transatlantico. Da tutto ciò deriva l’importanza dell’integrazione europea in materia di politica estera, di sicurezza e difesa.

Inoltre, Mogherini ha cambiato radicalmente la prospettiva del suo ruolo, valorizzando il suo cappello di Vice-Presidente della Commissione, piuttosto che quello intergovernativo di Alto Rappresentante. Il suo primo atto fu infatti lo spostamento del suo ufficio dal Palazzo del Servizio Europeo per l’Azione Esterna, al Berlaymont, la sede della Commissione. Si trattava solo di attraversare una piazza, il rondo Schuman, ma simbolicamente era l’attraversamento del Rubicone.

Grazie a questo cambio di prospettiva, e sfruttando con coerenza la Global Strategy, Mogherini è riuscita per la prima volta a far giocare un ruolo alla Commissione europea in materia di difesa. Da un lato attraverso l’invenzione del Fondo Europeo per la Difesa, con cui per la prima volta dei fondi UE vengono destinati alla difesa. Non solo, ma la loro erogazione viene fatta in maniera premiale rispetto a progetti di collaborazione militare realizzati nel quadro della Cooperazione Strutturata Permanente sulla Difesa (PESCO). Fino ad allora la PESCO, introdotta dal Trattato di Lisbona era una specie di bella addormentata, una possibilità giuridica mai utilizzata, e su cui gli Stati membri sembravano aver sostanzialmente messo una pietra sopra. Sfruttando la Brexit, che faceva de facto cadere il veto britannico sull’integrazione in materia di difesa, e grazie al Fondo Europeo per la Difesa, Mogherini è riuscita a far partire la PESCO. Non solo, ma lo ha fatto coinvolgendo 25 Stati membri in 17 diversi progetti comuni (4 dei quali a guida italiana). Sia chiaro, la PESCO non è l’embrione di una difesa o di un esercito europeo, ma è il primo passo concreto in quella direzione dalla caduta del progetto di Comunità Europea di Difesa.

C’è da domandarsi dove fosse Renzi mentre accadeva tutto questo, a cosa pensasse, e in cosa fosse affaccendato. Perché non rendersi conto della rilevanza di questi inattesi risultati, che hanno aperto un primo sentiero verso l’integrazione nel campo della difesa, è un limite grave. L’Italia, per la sua posizione geografica e geopolitica, ha tutto da guadagnare dall’integrazione in questo campo. Che un ex Presidente del Consiglio non se ne renda conto, dice molto della sua reale attenzione ai temi europei. Ma anche del fatto che in generale in Italia l’attenzione alla politica europea, estera e di sicurezza è sempre limitata. E spesso strumentale, ricca di polemiche a fini elettorali, ma senza un adeguato approfondimento strategico e di lungo periodo.

@RobertoCastaldi

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