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Una Festa dell’Europa che guarda al futuro

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Il 9 maggio è la Festa dell’Europa. Anche quest’anno ci sono moltissime iniziative al riguardo. Ma rispetto ad altri anni, vi sono molte differenze. Non è la prima volta che la Festa dell'Europa è vicina alle elezioni europee, succede ogni 5 anni. Ma è la prima volta che avviene vicino ad elezioni europee che molti considerano decisive, una sorta di referendum pro o contro il processo di unificazione europea.

Così abbiamo mobilitazioni straordinarie da parte della società civile, degli enti e comunità locali, degli intellettuali, e dei Capi di Stato, che chiamano i cittadini alle urne, per decidere il futuro dell’Europa. Per dare un segnale di quale Europa vogliono. Perché una cosa sono i sondaggi, che mostrano che la stragrande maggioranza dei cittadini europei è favorevole e giudica positivamente l’UE, e addirittura vorrebbe che più competenze fossero gestite a livello europeo, in particolare in materia di politica estera, sicurezza e difesa, ma anche di immigrazione, economia e sociale, oltre che di ambiente e contrasto ai cambiamenti climatici. Insomma, i sondaggi ci mostrano europei consapevoli del fatto che solo l’UE può affrontare una serie di problemi che gli Stati membri separatamente hanno dimostrato di non poter gestire efficacemente.

Tuttavia, nel dibattito sono sempre più presenti posizioni nazionaliste. E dato che il termine “nazionalismo” continua – giustamente – ad avere una connotazione negativa, i nazionalisti preferiscono nascondersi sotto nuove etichette, come sovranisti o populisti. In realtà si scontrano due opposti modi di concepire la sovranità e il modo di restituire ai cittadini un effettivo ed efficace potere di scelta. Da un lato ci sono quelli che vogliono costruire una sovranità europea per il XXI secolo, per permettere ai cittadini europei di difendere insieme i loro interessi e valori nel mondo globale, dove contano solo le potenze di dimensioni continentali. Dall’altro ci sono i nazionalisti che vogliono tornare ad una sovranità nazionale ottocentesca, e il cui obiettivo è quindi smantellare quei pezzi di sovranità europea costruiti finora.

E così tutti aspettiamo di vedere se dalle urne uscirà un forte mandato a riformare l’UE in senso federale, rafforzandone le competenze, i poteri e l’accountability democratica e gli strumenti di partecipazione dei cittadini. Oppure a tirare il freno, fermarsi al livello di integrazione attuale o addirittura invertire la rotta e ridurlo.

Quest’ultima opzione è però uno slogan che difficilmente potrà realizzarsi. Le posizioni dei nazionalisti sono diverse e contraddittorie tra loro: polacchi e ungheresi (tra i maggiori riceventi di fondi europei - ma non dimentichiamo che il secondo maggiore beneficiario, dopo la Polonia, è l’Italia) vogliono la solidarietà europea in economia, ma non sui migranti e senza poteri di controllo sul rispetto dello stato di diritto. I Paesi mediterranei vorrebbero più solidarietà sia economica che sui migranti (tranne l’Italia apparentemente, visto che ha votato contro la riforma del sistema di Dublino, insieme ai Paesi di Visegrad). La realtà è che l’UE è solida ed è difficile ormai farne a meno. La Brexit ne è la prova migliore! E i nazionalisti infatti hanno abbandonato – almeno tatticamente – gli slogan sull’uscita dall’UE o dall’euro, sebbene poi candidino personaggi che sostengono tali posizioni. Ma non hanno nessuna idea comune su come riformare l’Europa. Per cui in realtà giocano per lo status quo.

Al contrario nel campo europeista stanno emergendo – finalmente – proposte di riforma dell’UE con un chiaro senso di marcia. Il primo tema è la creazione di una fiscalità europea attraverso carbon tax, la tassa sulle transazioni finanziarie speculative, e la tassa sull’economia digitale. Sono tasse che non toccherebbero i cittadini, ma soggetti che gli Stati membri non riescono a tassare, e produrrebbero risorse per produrre beni pubblici europei come maggiori investimenti per l’occupazione e la riconversione verde dell’economia, più solidarietà sui migranti, un solido pilastro sociale dell’UE, una difesa europea. Ovviamente tutto questo ha come presupposto istituzionale ineludibile che si superi il voto all’unanimità a favore della maggioranza qualificata tra gli Stati membri. Altrimenti la paralisi è garantita.

Insomma, il 9 maggio celebriamo pure l’Europa, ma il gesto concreto più importante è andare a votare il 26 maggio e contribuire a sceglierne il futuro, esercitando i nostri diritti di cittadini europei.

@RobertoCastaldi

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