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La crisi turca e il silenzio europeo

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I giornali europei sono pieni di resoconti – più che di analisi – sulla crisi dell’economia e della moneta turca e sul suo impatto sulle borse europee. Spesso l’accento è sullo scontro tra USA e Turchia legato alla detenzione di un pastore evangelico americano da un lato e il rifiuto di estradare l’imam Fethullah Gulen dal suo auto-esilio negli USA, che ha prodotto ulteriori dazi americani su alcuni prodotti turchi. Il tutto come se quanto accade non riguardasse direttamente l’Europa e se noi non fossimo in grado di fare nulla al riguardo.

La stabilità della Turchia è un interesse primario per l’Europa. Ci sono ragioni geopolitiche solide e strutturali per cui la Turchia fa parte della NATO. Fino a pochi anni fa è stata l’esempio di uno Stato laico a maggioranza musulmana, con un’economia di mercato – la 17° economia del mondo – e un regime sostanzialmente democratico. La Turchia era la nostra carta migliore contro la propaganda islamista e la guerra di civiltà. L’attuale crisi mette Erdogan in una posizione di debolezza ed apre uno spazio per un’azione europea volta a recuperare una situazione che negli ultimi anni è deteriorata progressivamente da tutti i punti di vista fondamentali: livello di democrazia e di rispetto dei diritti umani in Turchia, alleanze internazionali e situazione geopolitica, andamento economico. La crisi offre un’opportunità di intervento ed è urgente riflettere su quale sia la politica da attuare per far nuovamente invertire la rotta della politica turca e riportarla ad essere il principale modello di democrazia laica in un Paese di religione islamica.

Bisogna tenere presente che in Turchia stiamo assistendo all’ennesima dimostrazione storica della vecchia “legge di Seeley” – grande storico e tra i primi politologi nell’Inghilterra del XIX secolo – secondo la quale la libertà interna ad uno Stato è inversamente proporzionale alla pressione politico-militare ai suoi confini. Ne “La grande scacchiera” Kissinger osservò che la Turchia è un “pivot” di straordinaria importanza strategica. È lo Stato al confine - che unisce e divide - tre grandi aree geopolitiche: l’Europa, il Medio Oriente e la Russia e l’area ex-sovietica. Come tale risente delle tensioni di tutte queste aree. L’annessione russa della Crimea e l’intervento russo in Siria, la destabilizzazione della Siria e dell’Iraq (con cui confina), e l’enorme flusso di rifugiati che ha dovuto accogliere – la Turchia da sola ha accolto oltre 3 volte il numero di rifugiati siriani accolti da tutta l’Unione Europea; e se il flusso di rifugiati ci è sembrato destabilizzante da noi, figuriamoci in Turchia – sono tutti elementi che mettono seriamente a rischio la sicurezza e la tenuta dello Stato turco. Per decenni la Turchia ha cercato di ottenere una piena garanzia occidentale rispetto alla sua sicurezza, attraverso l’adesione alla NATO e al tentativo di entrare nell’UE, che ha prodotto riforme liberali di grande portata. L’elezione di Sarkozy in Francia ha di fatto chiuso alla possibilità di un ingresso nell’UE. Così abbiamo perso l’occasione di consolidare stabilmente il regime liberal-democratico turco. Oggi la Turchia è investita da enormi sfide alla sicurezza – tutte quelle che deve affrontare l’UE sono ancora più vicine e impellenti per la Turchia – e ciò ha favorito il forte accentramento di potere attraverso una svolta sostanzialmente autoritaria di Erdogan.

L’UE deve sfruttare la crisi e usare bastone e carota. Il miglior segnale politico sarebbe offrire una rapida e seria riapertura dei negoziati per l’adesione all’UE a condizione che la Turchia riprenda il percorso verso un regime pienamente liberal-democratico. Questa è l’unica opzione che messa in mano all’opposizione alla svolta autoritaria può permetterle di recuperare consensi, vincere le elezioni e riprendere il cammino verso la modernità, nonostante le gravi menomazioni alla libertà di stampa e di opinione degli ultimi anni. Senza una seria prospettiva di adesione all’UE il popolo turco saprà che in ogni caso deve cavarsela da sé. E allora in tempi difficili affidarsi all’uomo forte in grado di garantire sicurezza e stabilità dello Stato può apparire il minore dei mali.

Il nodo vero è il timore dell’Unione di arrivare a confinare con il Medio Oriente e l’area ex-sovietica, che significherebbe prendere atto di doversi fare carico della propria sicurezza: una realtà che è già evidente visto che la sfida per l’egemonia mondiale è tra Usa e Cina e quindi l’Europa e il Medio Oriente hanno perso la loro valenza strategica per gli USA, ma che ci ostiniamo testardamente a non voler accettare. E la realtà presenta il conto, sotto forma di crisi internazionali, flussi di rifugiati e migranti e minacce alla sicurezza tutte intorno all’Europa. Questo richiede anche di procedere nell’integrazione sul piano della difesa. Senza una difesa europea non siamo in grado di offrire nessuna seria garanzia sulla sicurezza – né agli Stati baltici membri dell’UE, il cui spazio aereo è stato più volte violato dall’aviazione russa, né alla Turchia – né di contribuire alla stabilizzazione della nostra area di vicinato. La stabilizzazione di Medio Oriente e Africa è essenziale alla nostra sicurezza: sia per creare le condizioni dello sviluppo dell’area e per alleggerire la pressione migratoria sull’Europa, sia per ridurre la pressione politico-militare sulla Turchia e renderne più agevole il ritorno verso un regime pienamente democratico.

@RobertoCastaldi

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